Tra Babele e Pentecoste: l’esperienza di Giacomo a Bruxelles

Tra Babele e Pentecoste: l’esperienza di Giacomo a Bruxelles

Lo spazio dell’Imprevisto

Il titolo, oltre a racchiudere in poche parole l’esperienza belga che ho svolto, è anche la frase scelta da don Claudio, sacerdote a guida della Comunità italiana, per parlare del bellissimo mosaico che accoglie i fedeli italiani nella cappella del Foyer Catholique Europeeen. Questa scelta di don Claudio mi conferma nell’idea che l’esperienza a Bruxelles non possa trovare descrizione più azzeccata: in un mondo globalizzato in cui l’uomo sogna e costruisce sistemi perfetti, dove sembra non esserci spazio per un Imprevisto, c’è invece ancora la possibilità dell’irrompere della Grazia, c’è la testimonianza di persone in cui lo Spirito unisce come a Pentecoste.

È con questo sguardo che, da ottobre a dicembre, ho avuto l’opportunità di vivere un’esperienza a Bruxelles e più in generale in Belgio, un tempo che ha rappresentato per me un confronto intenso con il mondo, con la Chiesa e con me stesso. Un’esperienza vissuta tra la comunità dei Gesuiti, la comunità cattolica italiana e il contesto particolare dell’Unione Europea, presenza costante e, per certi aspetti ingombrante, nella vita della città.

La società belga

Per comprendere bene l’esperienza che ho svolto e la sua pregnanza val la pena di fare qualche sottolineatura sulla società belga. Anzitutto il Belgio si presenta come un Paese fortemente secolarizzato. La fede cristiana, pur avendo segnato profondamente la sua storia, oggi è spesso estranea alla vita quotidiana. Molti faticano a comprendere cosa sia un prete o una celebrazione eucaristica; a titolo di esempio, i funerali cattolici nella diocesi di Bruxelles rappresentano solo una minoranza rispetto al totale, all’incirca il 30%. Eppure rimangono evidenti le vestigia di un passato cristiano: scuole, ospedali e istituzioni che nascono da un humus ecclesiale, ma che oggi convivono con scelte culturali e legislative profondamente distanti dalla visione cristiana dell’uomo. Questo paradosso rende il Belgio un luogo emblematico per interrogarsi sul rapporto tra fede e società contemporanea, sull’incidenza della fede nella vita e sulla sua comunicabilità. E, forse come conseguenza o forse come causa, non passa inosservato il forte individualismo che caratterizza la vita sociale: la vita è tutta regolata, misurata in termini di efficienza e di spazio personale, in cui è difficile trovare anfratti per il dono gratuito di sé e del proprio tempo. A ciò si aggiunge quella che potremmo definire la “bolla europea”, il mondo dei funzionari delle istituzioni comunitarie, dove ho visto come il lavoro possa occupare quasi interamente l’orizzonte della vita e metro di gestione delle relazioni. In questo contesto emerge con forza la domanda sul senso, sul destino dell’uomo e sulla possibilità di una vita pienamente umana.

La comunità dei Gesuiti

In questo contesto, la mia quotidianità era scandita dalla vita nella comunità dei Gesuiti, composta da sacerdoti provenienti da diversi Paesi europei, impegnati nel coordinamento delle opere della Compagnia. Una vita comunitaria essenziale, concentrata soprattutto sulla preghiera e sulla condivisione dei pasti. Ciò che però mi stupiva e mi rasserenava era la presenza di una profonda unità fra i Gesuiti e di un comune desiderio di dar spazio alla gloria di Cristo sulla Terra con la Chiesa, in particolare là dove è maggiormente chiamata a essere presente.

Il lavoro al Jesuit European Social Centre

Dal punto di vista lavorativo, ho svolto servizio presso il Jesuit European Social Centre (JESC), un ente che dialoga con le istituzioni europee su temi sociali, ambientali e politici. Il lavoro, prevalentemente d’ufficio, mi ha permesso di entrare in contatto con un mondo complesso, fatto di normative, analisi, relazioni e discernimento. In particolare mi sono occupato di alcuni studi sul ruolo della Chiesa in Sardegna nella cura del Creato (e così ho conosciuto ancora meglio la mia terra) e nella lotta all’emarginazione sociale, esperienza che mi ha aiutato a comprendere quanto sia necessario che la fede sappia abitare anche questi ambiti decisivi della vita pubblica.

Ho maturato la convinzione che non possiamo delegare ad altri il pensiero e la presenza cristiana in questi contesti: o la fede è capace di incarnarsi anche nelle strutture sociali e culturali del nostro tempo, oppure rischia di diventare marginale. Allo stesso tempo, ho incontrato uomini e donne che, spesso in solitudine, cercano di offrire un contributo autentico alla costruzione della società a partire dalla loro appartenenza viva alla Chiesa.

La comunità cattolica italiana di Bruxelles

Accanto a questo, e al lavoro svolto con Sofia, collaboratrice cristallina di don Claudio nell’ambito della progettazione europea, una parte fondamentale della mia esperienza è stata la vita pastorale con la comunità cattolica italiana di Bruxelles. Guidata da don Claudio, sacerdote dalla forte esperienza umana ed ecclesiale, questa comunità rappresenta un vero punto di riferimento per molti italiani che vivono e lavorano in Belgio. Tra celebrazioni, catechesi, incontri e testimonianze, ho potuto sperimentare una Chiesa concreta, fatta di relazioni, di accoglienza e di responsabilità comune. In particolare l’incontro con giovani e famiglie mi ha confermato quanto sia forte il desiderio di una fede vissuta in modo comunitario, capace di sostenere la vita quotidiana e il lavoro.

Sacerdoti italiani in Belgio

Ho inoltre avuto modo di visitare altre comunità italiane presenti in Belgio, incontrando sacerdoti impegnati in contesti molto diversi tra loro, ma accomunati dalla stessa fedeltà al ministero e dalla disponibilità a spendere la propria vita per il Vangelo, a partire da don Alessio, della nostra diocesi, che da anni porta avanti il suo ministero a servizio della diocesi di Liegi, guidando e, con l’aiuto dei fedeli, facendo rinascere le comunità italiane presenti. Ho incontrato poi i sacerdoti italiani di Genk, don Gregorio, che con la sua semplicità e bontà guida la comunità; don Benedetto, don Gianluca, don Gianfranco e don Claudio, prete operaio di 90 anni, ma ancora innamorato di Cristo fino alle viscere. E poi don Alessandro, giovane sacerdote calabrese che studia a Lovanio e aiuta don Claudio a Bruxelles, segno di un sacerdozio fresco e attento alla realtà, capace di offrirmi la sua amicizia.

Nell’ottica della gratitudine

Rileggendo questa esperienza, posso dire che è la gratitudine la costante dei mesi che ho vissuto in Belgio: gratitudine per la ricchezza di vita incontrata, per le relazioni belle nate e per le testimonianze ricevute. Vivere “nel mondo”, in una vita ordinaria e lavorativa, non può che riaccendere la luce sulla necessità di riscoprire un ministero presbiterale non estraneo alle dinamiche della società, ma chiamato ad abitarle, con realismo e speranza fino alle vette delle complessità politiche e istituzionali del mondo. In un contesto che appare spesso autosufficiente e perfettamente organizzato, l’uomo continua a cercare una compagnia e una guida, per giungere a chi lo compie. La presenza della Chiesa, anche quando è fragile e faticosa, resta una testimonianza necessaria e feconda.

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Loreto: una Chiesa che si fa casa

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Due mesi al Sermig nel terzo anno pastorale: un’esperienza caritativa alla luce della nuova Ratio

Due mesi al Sermig nel terzo anno pastorale: un’esperienza caritativa alla luce della nuova Ratio

Nel contesto della prima parte del terzo anno pastorale, previsto dal percorso di formazione delineato dalla nuova Ratio Nationalis, elaborata dalla Conferenza Episcopale Italiana, ho avuto l’opportunità di trascorrere due mesi come seminarista al Sermig di Torino, presso l’Arsenale della Pace. Questa esperienza si è rivelata una tappa significativa nel mio cammino formativo, capace di integrare in modo concreto le dimensioni umana, spirituale e pastorale della vocazione presbiterale.

Il contesto urbano: Borgo Dora e la periferia

L’Arsenale della Pace sorge nel quartiere di Borgo Dora, a ridosso di Barriera di Milano, una delle zone storicamente più complesse e dinamiche della città. Si tratta di un territorio segnato da una forte stratificazione sociale e culturale: un’area popolare, con una presenza significativa di migranti, fragilità economiche e disagio abitativo, ma anche ricca di relazioni, iniziative solidali e tentativi di rigenerazione sociale. In questo contesto urbano, la presenza del Sermig appare come una risposta concreta e quotidiana alle ferite e alle risorse del territorio.

L’Arsenale della Pace: da luogo di guerra a segno di conversione

L’Arsenale della Pace è, già di per sé, un segno eloquente: un ex arsenale militare trasformato in luogo di accoglienza, di preghiera e di servizio agli ultimi. In un quartiere attraversato da tensioni sociali e profonde disuguaglianze, si rende visibile quella “conversione missionaria” a cui la Ratio richiama con forza, chiedendo ai futuri presbiteri di confrontarsi con le periferie esistenziali e di lasciarsi trasformare dall’incontro reale con uomini e donne, attraverso i quali Dio manifesta la sua presenza.

La fraternità: vivere e servire insieme

Durante questo periodo non ero solo: insieme a me erano presenti altri tre seminaristi, provenienti da diverse diocesi italiane. La condivisione quotidiana del servizio, della preghiera e della vita fraterna ha arricchito profondamente l’esperienza, offrendo un confronto sincero sui rispettivi cammini vocazionali e restituendo un’immagine concreta di Chiesa universale.

A questo si è aggiunta la presenza di un gruppo di giovani che viveva stabilmente in Arsenale, con i quali ho condiviso momenti di lavoro, fraternità e riflessione, sperimentando uno stile di vita semplice e intensamente comunitario.

Il servizio quotidiano come luogo di formazione

Il terzo anno pastorale rappresenta un momento privilegiato per uscire da un contesto “protetto”, come quello del seminario, e lasciarsi interpellare e provocare dalla realtà. Al Sermig questo è avvenuto quotidianamente attraverso i vari servizi: le pulizie, la fabbrichetta, la scuola d’italiano, il doposcuola, l’accoglienza delle persone senza fissa dimora e l’ascolto di storie spesso segnate da fragilità, povertà, fallimenti e percorsi migratori complessi.

Ogni gesto semplice si è trasformato in un’occasione di formazione, perché ha richiesto presenza, gratuità e capacità di relazione.

Dallo “stare facendo” allo “stare con”

Come seminarista, ho sperimentato una dimensione del servizio che va oltre il “fare”. L’Arsenale della Pace educa allo “stare con”: condividere il tempo, il lavoro e talvolta il silenzio.

Nonostante le fatiche e la stanchezza, porto con me un’esperienza preziosa per la vocazione al ministero ordinato. Il sacerdozio di cui la realtà di oggi ha bisogno non può prescindere dalla prossimità e dall’accompagnamento, prima ancora che dall’esercizio di funzioni.

Una Chiesa di corresponsabilità

Un elemento centrale dell’esperienza è stata la vita comunitaria, vissuta insieme ai membri della Fraternità del Sermig, ai volontari, ai seminaristi e ai giovani presenti in Arsenale. Qui si respira una Chiesa composta da laici e consacrati, uniti da una scelta radicale di Vangelo e da una forte corresponsabilità, in uno stile di comunione che aiuta a maturare uno sguardo ecclesiale più ampio e autentico.

La preghiera: cuore dell’Arsenale

La preghiera, cuore dell’Arsenale, attraversa e sostiene ogni attività. Non è mai disgiunta dalla vita, ma è uno stare costantemente alla presenza di Dio, anche nella fatica del servizio e nei volti incontrati.

In questo senso, l’esperienza al Sermig ha reso particolarmente evidente quanto la Ratio sottolinea: la necessità di integrare azione e contemplazione, evitando la separazione tra spiritualità e pastorale.

Una scuola di umanità e discernimento

Questi due mesi si sono rivelati una vera scuola di umanità, umiltà e discernimento. Due mesi per crescere ulteriormente nella compassione e nell’ascolto, accogliendo l’invito dell’Apostolo a rivestirsi de «gli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5), per una presenza che sia realmente evangelica nel mondo.

Ripartire con gratitudine

Riparto da questa tappa del terzo anno pastorale, verso la prossima esperienza di quest’anno a Pawaga, in Tanzania, con profonda gratitudine e con una consapevolezza ancora più matura: la pace, la carità e la prossimità non sono aspetti accessori del ministero, ma ne costituiscono il fondamento quotidiano.

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Loreto: una Chiesa che si fa casa

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Loreto: una Chiesa che si fa casa

Loreto: una Chiesa che si fa casa

Il soggiorno a Loreto

Il 20 ottobre sono partito per Loreto e vi sono stato per due mesi e qualche giorno. La cornice del mio soggiorno era il Palazzo Apostolico: infatti spartivo la vita quotidiana con l’arcivescovo mons. Fabio Dal Cin, il vicario generale mons. Alessandro Bonetti e il cancelliere don Flaviano Timperi.

Loreto è una prelatura con circa 16.000 abitanti, ma di fatto, per la sua conformazione territoriale, tutto ruota intorno alla Basilica e dunque si configura come una grande parrocchia. Ha però una particolarità: i possedimenti della Delegazione Apostolica non si limitano alla chiesa e al Palazzo Apostolico, ma comprendono anche un ristorante (impiegato come mensa per i pellegrini), due strutture alberghiere, una struttura per esercizi spirituali e un’azienda agricola.

Tutto ciò è importante saperlo per comprendere fino in fondo il ruolo del vescovo, certamente impegnato nella crescita spirituale e pastorale del suo gregge, ma anche profondamente implicato in dinamiche economiche e gestionali. Questo mi ha fatto comprendere che, nonostante Maria abbia scelto la parte migliore, talvolta è necessario che ci sia anche Marta.

La vita comunitaria e l’umanità sacerdotale

Un altro aspetto della vita comunitaria di cui sono grato è la testimonianza dell’umanità dei sacerdoti con cui ho vissuto, un’umanità senza filtri. Non mi hanno mai risparmiato nulla, e di questo sono grato.

Come accade in seminario, dove ci sono giorni felici e giorni infausti ed eppure si è chiamati a stare sempre di fronte ai propri compagni, lo stesso è accaduto a Loreto. Ho visto che la vita sacerdotale, quanto più è vera, tanto più deve fare i conti con tutto ciò che la vita presenta, sia nella gioia che nel dolore. Non si può e non si deve censurare nulla.

Il lavoro in Basilica

La mia giornata tipo iniziava con il lavoro mattutino presso la Basilica. Parlo proprio di lavoro perché affiancavo dipendenti stipendiati. Si trattava di una comunità composta da coppie di sposi che hanno deciso di vivere insieme praticando la vita consacrata nella loro unione sponsale.

Il lavoro era molto vario e pratico: spesso si trattava di mantenere l’ordine in Basilica e occuparsi delle pulizie. Nonostante avessi potuto facilmente sottrarmi a questi compiti, non l’ho mai fatto, perché le persone che lavoravano con me non si risparmiavano la fatica e mi testimoniavano la disponibilità a fare ciò che si è chiamati a fare nell’adesso.

Spesso si tratta di umiliazioni, ma sono contento anche di queste, perché prima o poi vanno vissute nella propria vita. Naturalmente non mi occupavo soltanto delle pulizie: prevalentemente il mio lavoro consisteva nell’accoglienza dei pellegrini che giungevano in Basilica. Quotidianamente accorrevano flussi di pellegrini da tutto il mondo e, nonostante alcune difficoltà di comunicazione, in quei dialoghi tentennanti e spesso grammaticalmente scorretti ci si comunicava l’Essenziale.

Il servizio liturgico e la fraternità

Oltre al lavoro, la mattina era occupata dal servizio liturgico. I frati che si occupavano di svolgere il servizio mi hanno fin da subito integrato nelle turnazioni, che di settimana in settimana variavano.

La prossimità con i frati cappuccini, resa possibile dal servizio liturgico, è stata veicolo di una vera fraternità. Mi sono scoperto amico di persone fino a poco tempo prima sconosciute, che hanno contribuito a farmi sentire accolto e a casa.

La casa famiglia: una scuola d’amore

Nel pomeriggio mi recavo presso una casa famiglia della Comunità Giovanni XXIII. Si tratta di una realtà che accoglie ragazzi perlopiù affetti da disabilità, grazie alla disponibilità di una coppia di sposi che apre la propria casa e la propria vita in una prospettiva profondamente cristiana.

In quella casa le ore passavano velocemente, tra partite a scala quaranta con Vincenzo, Monica e Siponta, spiegazioni di Minecraft da parte di Denise, basket e partite a Uno con Patrick. Eppure, in ciò che ai più potrebbe apparire come semplice babysitteraggio, per me è accaduto molto di più: è stata una vera scuola d’amore.

Già dal primo momento in cui si apriva la porta di casa vedevo nei loro occhi una grande sete di essere amati. Desideravano profondamente essere voluti bene, non in modo astratto, ma nel concreto, nonostante quelli che con ironia chiamavano i loro “difetti di fabbrica”, divenuti col tempo il marchio di Dio sulla loro vita.

Sono profondamente grato anche per la presenza di Fabrizio e Maria Grazia, la coppia di sposi che guidava la casa. Da loro ho realmente imparato ad amare. Mi commuoveva vedere come coccolavano la loro “bambina”, Francesca, una ragazza di vent’anni sorda, cieca e costretta alla carrozzina, non autosufficiente. Davanti a quella tenerezza riecheggiava in me un salmo:
«Se anche una donna si dimenticasse del figlio del suo seno, io invece non ti dimenticherò mai».
Pensavo: se questo è l’amore di una madre per una figlia non biologica, figuriamoci che cos’è l’amore di Dio.

L’esperienza pastorale

Oltre agli impegni fissi, ho avuto modo di partecipare all’attività pastorale. I capisaldi della spiritualità del Santuario sono la recita dell’Angelus, la cura della famiglia e dei giovani. Ho potuto osservare da vicino la pastorale familiare, vedendo quanta cura veniva posta nella preparazione degli incontri per i futuri sposi e partecipando ai ritiri per le coppie.

L’azione pastorale non si limitava a questo: si svolgevano infatti incontri anche per vedovi, divorziati e separati. Oltre ad aver appreso un metodo di lavoro efficace, ho colto in profondità la preoccupazione di non lasciare indietro nessuno. In molti casi questa attenzione ha portato frutti significativi, primo tra tutti la riconciliazione con la Chiesa.

Una Chiesa che si fa casa

Per concludere, vorrei raccontare un episodio che condivido non per vantarmi, ma per descrivere una dinamica avvenuta a prescindere dalle mie forze o capacità. In un dialogo con l’Arcivescovo, mi disse:
«Ti faccio una nota di apprezzamento: qui sei riuscito a farti strada, tutti ti considerano di casa!»

Proprio nel luogo in cui si venera la reliquia della Santa Casa di Nazareth, non poteva che accadere il miracolo di una Chiesa che si fa casa.

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