Loreto: una Chiesa che si fa casa

Loreto: una Chiesa che si fa casa

Il soggiorno a Loreto

Il 20 ottobre sono partito per Loreto e vi sono stato per due mesi e qualche giorno. La cornice del mio soggiorno era il Palazzo Apostolico: infatti spartivo la vita quotidiana con l’arcivescovo mons. Fabio Dal Cin, il vicario generale mons. Alessandro Bonetti e il cancelliere don Flaviano Timperi.

Loreto è una prelatura con circa 16.000 abitanti, ma di fatto, per la sua conformazione territoriale, tutto ruota intorno alla Basilica e dunque si configura come una grande parrocchia. Ha però una particolarità: i possedimenti della Delegazione Apostolica non si limitano alla chiesa e al Palazzo Apostolico, ma comprendono anche un ristorante (impiegato come mensa per i pellegrini), due strutture alberghiere, una struttura per esercizi spirituali e un’azienda agricola.

Tutto ciò è importante saperlo per comprendere fino in fondo il ruolo del vescovo, certamente impegnato nella crescita spirituale e pastorale del suo gregge, ma anche profondamente implicato in dinamiche economiche e gestionali. Questo mi ha fatto comprendere che, nonostante Maria abbia scelto la parte migliore, talvolta è necessario che ci sia anche Marta.

La vita comunitaria e l’umanità sacerdotale

Un altro aspetto della vita comunitaria di cui sono grato è la testimonianza dell’umanità dei sacerdoti con cui ho vissuto, un’umanità senza filtri. Non mi hanno mai risparmiato nulla, e di questo sono grato.

Come accade in seminario, dove ci sono giorni felici e giorni infausti ed eppure si è chiamati a stare sempre di fronte ai propri compagni, lo stesso è accaduto a Loreto. Ho visto che la vita sacerdotale, quanto più è vera, tanto più deve fare i conti con tutto ciò che la vita presenta, sia nella gioia che nel dolore. Non si può e non si deve censurare nulla.

Il lavoro in Basilica

La mia giornata tipo iniziava con il lavoro mattutino presso la Basilica. Parlo proprio di lavoro perché affiancavo dipendenti stipendiati. Si trattava di una comunità composta da coppie di sposi che hanno deciso di vivere insieme praticando la vita consacrata nella loro unione sponsale.

Il lavoro era molto vario e pratico: spesso si trattava di mantenere l’ordine in Basilica e occuparsi delle pulizie. Nonostante avessi potuto facilmente sottrarmi a questi compiti, non l’ho mai fatto, perché le persone che lavoravano con me non si risparmiavano la fatica e mi testimoniavano la disponibilità a fare ciò che si è chiamati a fare nell’adesso.

Spesso si tratta di umiliazioni, ma sono contento anche di queste, perché prima o poi vanno vissute nella propria vita. Naturalmente non mi occupavo soltanto delle pulizie: prevalentemente il mio lavoro consisteva nell’accoglienza dei pellegrini che giungevano in Basilica. Quotidianamente accorrevano flussi di pellegrini da tutto il mondo e, nonostante alcune difficoltà di comunicazione, in quei dialoghi tentennanti e spesso grammaticalmente scorretti ci si comunicava l’Essenziale.

Il servizio liturgico e la fraternità

Oltre al lavoro, la mattina era occupata dal servizio liturgico. I frati che si occupavano di svolgere il servizio mi hanno fin da subito integrato nelle turnazioni, che di settimana in settimana variavano.

La prossimità con i frati cappuccini, resa possibile dal servizio liturgico, è stata veicolo di una vera fraternità. Mi sono scoperto amico di persone fino a poco tempo prima sconosciute, che hanno contribuito a farmi sentire accolto e a casa.

La casa famiglia: una scuola d’amore

Nel pomeriggio mi recavo presso una casa famiglia della Comunità Giovanni XXIII. Si tratta di una realtà che accoglie ragazzi perlopiù affetti da disabilità, grazie alla disponibilità di una coppia di sposi che apre la propria casa e la propria vita in una prospettiva profondamente cristiana.

In quella casa le ore passavano velocemente, tra partite a scala quaranta con Vincenzo, Monica e Siponta, spiegazioni di Minecraft da parte di Denise, basket e partite a Uno con Patrick. Eppure, in ciò che ai più potrebbe apparire come semplice babysitteraggio, per me è accaduto molto di più: è stata una vera scuola d’amore.

Già dal primo momento in cui si apriva la porta di casa vedevo nei loro occhi una grande sete di essere amati. Desideravano profondamente essere voluti bene, non in modo astratto, ma nel concreto, nonostante quelli che con ironia chiamavano i loro “difetti di fabbrica”, divenuti col tempo il marchio di Dio sulla loro vita.

Sono profondamente grato anche per la presenza di Fabrizio e Maria Grazia, la coppia di sposi che guidava la casa. Da loro ho realmente imparato ad amare. Mi commuoveva vedere come coccolavano la loro “bambina”, Francesca, una ragazza di vent’anni sorda, cieca e costretta alla carrozzina, non autosufficiente. Davanti a quella tenerezza riecheggiava in me un salmo:
«Se anche una donna si dimenticasse del figlio del suo seno, io invece non ti dimenticherò mai».
Pensavo: se questo è l’amore di una madre per una figlia non biologica, figuriamoci che cos’è l’amore di Dio.

L’esperienza pastorale

Oltre agli impegni fissi, ho avuto modo di partecipare all’attività pastorale. I capisaldi della spiritualità del Santuario sono la recita dell’Angelus, la cura della famiglia e dei giovani. Ho potuto osservare da vicino la pastorale familiare, vedendo quanta cura veniva posta nella preparazione degli incontri per i futuri sposi e partecipando ai ritiri per le coppie.

L’azione pastorale non si limitava a questo: si svolgevano infatti incontri anche per vedovi, divorziati e separati. Oltre ad aver appreso un metodo di lavoro efficace, ho colto in profondità la preoccupazione di non lasciare indietro nessuno. In molti casi questa attenzione ha portato frutti significativi, primo tra tutti la riconciliazione con la Chiesa.

Una Chiesa che si fa casa

Per concludere, vorrei raccontare un episodio che condivido non per vantarmi, ma per descrivere una dinamica avvenuta a prescindere dalle mie forze o capacità. In un dialogo con l’Arcivescovo, mi disse:
«Ti faccio una nota di apprezzamento: qui sei riuscito a farti strada, tutti ti considerano di casa!»

Proprio nel luogo in cui si venera la reliquia della Santa Casa di Nazareth, non poteva che accadere il miracolo di una Chiesa che si fa casa.

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Anche quest’anno, l’8 dicembre, tutta la diocesi è invitata a vivere la Giornata del Seminario, un appuntamento prezioso per accompagnare con la vicinanza spirituale e concreta i nostri seminaristi e il cammino delle vocazioni.

Per l’occasione è stata diffusa una Lettera del rettore, mons. Roberto Ghiani, che invita le comunità a rinnovare la propria attenzione verso il Seminario, cuore pulsante della vita diocesana, e a continuare a sostenere con la preghiera e la generosità i giovani che si preparano al ministero sacerdotale.

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“Tra il gregge e i pastori: un anno pastorale sotto il manto della Guadalupana”

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Da diversi anni, nel percorso formativo del Pontificio Seminario Romano Maggiore, al termine del biennio della tappa discepolare, è previsto un anno intero dedicato al tirocinio pastorale.
Durante questo periodo non si risiede più in seminario, ma nella canonica della parrocchia di destinazione, vivendo con il presbiterio che lì svolge il proprio ministero. È così possibile confrontarsi in modo diretto con la vita dei pastori in mezzo al gregge a loro affidato.

Questa è stata l’esperienza che ho vissuto durante quest’anno nella parrocchia di Nostra Signora di Guadalupe a Monte Mario, situata nel settore ovest della diocesi di Roma. Caratteristica della diocesi è la vita comune nelle case parrocchiali, sempre abitate da più presbiteri e arricchite dalla presenza di sacerdoti studenti provenienti da tutto il mondo.

A N.S. di Guadalupe ho vissuto con Don Gianfranco Corbino, parroco, Mons. Paolo Mancini, vice-parroco, e Don Arun Poyikayil Joy, di rito siro-malabarese, della diocesi di Mananthavady (India), ai quali sono grato per l’accoglienza e il bell’esempio di vita sacerdotale che mi hanno dato.

Una comunità accogliente e viva
Nel quartiere di Monte Mario ho trovato una realtà familiare, definita da molti “un grande paese”. Ho sentito cura e attenzione verso le vocazioni, da parte di fedeli, famiglie e ragazzi che mi hanno accolto come figlio e fratello.
Un ringraziamento speciale anche alla comunità di Nomadelfia e alle suore dei numerosi istituti presenti, vera ricchezza per il territorio parrocchiale.

Catechismo e pastorale giovanile
In questo tempo mi sono dedicato al catechismo, collaborando con le persone che si impegnano a far conoscere Gesù ai più piccoli e prepararli ai sacramenti.
Mi sono inoltre occupato dell’accompagnamento degli adolescenti, insieme a Suor Pina Panetta delle Francescane Alcantarine, che cura la pastorale giovanile parrocchiale.

Non vi è ancora un oratorio strutturato, ma la parrocchia dispone di ampi spazi all’aperto. Ogni pomeriggio i cancelli vengono aperti e il luogo diventa punto di ritrovo per famiglie, bambini e ragazzi, con la presenza costante del vice-parroco come punto di riferimento.

Il gruppo giovani 
È stato edificante partecipare agli incontri con il gruppo giovani (dai 18 anni in su), guidati dal parroco, con spunti tratti dalla Sacra Scrittura, dagli eventi della vita della Chiesa e da brani musicali scelti.

Tra le attività più significative: il gemellaggio con l’Oratorio Santa Giusta di Uta, mia comunità di origine. L’incontro ha previsto una serata di condivisione a Roma durante il loro pellegrinaggio, e in seguito una settimana di Grest a Uta per i ragazzi romani.

Un legame di fede che unisce
Questa esperienza è stata segno della forza del legame tra comunità lontane, unite dalla fede in Gesù Cristo e dall’appartenenza al suo ovile:

“Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera.
Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo.”
(Lettera a Diogneto V, 5.9)

Grato alla Beata Vergine di Guadalupe, continuo ad affidare a Lei il mio cammino e la comunità che vive sotto la sua protezione.

Cristiano Pani

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“Come a casa”: il mio tirocinio pastorale a Sant’Elena

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Una guida preziosa e una comunità viva
Durante il biennio filosofico, ho avuto la grazia di vivere un’esperienza pastorale intensa e profondamente formativa nella Basilica di Sant’Elena Imperatrice, nel cuore di Quartu Sant’Elena. Un cammino vissuto con gioia e gratitudine, che ha segnato in modo indelebile il mio percorso vocazionale e umano. A guidarmi in questo tempo prezioso è stato Mons. Alfredo Fadda, parroco della basilica, insieme ai viceparroci che si sono avvicendati nei due anni: don Gianmarco Lorrai, nel primo anno, e don Euphrem Audrey Hasimana, nel secondo. Con loro, tanti altri collaboratori parrocchiali, a partire dal diacono Rinaldo, i ministri, le catechiste, i gruppi e le associazioni: tutti hanno saputo offrirmi un esempio concreto di Chiesa viva, operosa e accogliente.

Un cammino condiviso
Non ero solo in questo cammino. A condividere con me l’esperienza sono stati diversi seminaristi: Giacomo Pisano, della nostra Archidiocesi di Cagliari, e Giovanni Bianchina, della Diocesi di Ozieri, nel primo anno; nel secondo, Nicola Pinna, della Diocesi di Iglesias. Nel periodo natalizio si sono aggiunti anche due seminaristi del Madagascar, Laurene Carol Randriamanantena e Augustin Patrik Rajaonarisolo, della Diocesi di Morondava.

Un oratorio vivo e un anno giubilare
In questi due anni abbiamo avuto modo di scoprire una realtà parrocchiale sorprendentemente viva. Il grande oratorio, sempre animato da bambini e ragazzi, è stato un vero laboratorio di fraternità e ascolto. La vita liturgica della comunità è stata altrettanto intensa, arricchita in modo particolare dall’Anno Giubilare, che ci ha visti impegnati nell’accoglienza dei pellegrini e nelle varie celebrazioni giubilari. Uno dei momenti più toccanti è stato senz’altro l’ordinazione episcopale di S.E.R. Mons. Mario Farci, celebrata proprio in basilica: un evento storico che abbiamo avuto la gioia di vivere da vicino.

Una comunità che accoglie
In ogni ambito, dalla catechesi alle celebrazioni, dalle attività oratoriali all’incontro con le famiglie e gli anziani, abbiamo percepito una comunità pronta a camminare insieme, nella fede e nella carità. Soprattutto, ci siamo sentiti accolti con affetto sincero. In basilica non siamo stati semplici ospiti, ma fratelli. E, soprattutto, ci siamo sentiti a casa.

Un tempo di grazia e di crescita
Ringrazio il Signore per questa tappa del mio cammino: un tempo prezioso di ascolto, servizio e crescita, nella consapevolezza che ogni incontro, ogni gesto semplice, ogni liturgia vissuta insieme ha lasciato un seme che continuerà a portare frutto.

Paolo Vacca, seminarista

 

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La comunità di Elmas: una tappa preziosa

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Anno nuovo, vita nuova… ma la comunità di Elmas come destinazione di pastorale è rimasta! L’anno accademico che sta per chiudersi è stato il secondo anno in cui ho prestato servizio nella parrocchia di San Sebastiano Martire, affidata alla cura puntuale e paterna di don Marco Orrù.

Il vantaggio di tornare in una comunità che ho avuto modo di conoscere già l’anno scorso è stato quello di poter riprendere a fare servizio e mettere subito le mani in pasta nelle varie realtà a cui il parroco mi ha affidato. Sapevo già che avrei trovato una comunità accogliente, un parroco attento alla mia formazione e dei giovani desiderosi di incontri e di chiacchierate nel campo di calcio.

Come lo scorso anno, don Marco mi ha dato la possibilità di seguire la classe di catechismo di seconda media: è stata questa l’occasione per fare esperienza, ancora una volta, di giovani disponibili a lasciarsi prendere per mano, di ragazzi che hanno nel cuore tante e grandi domande e che attendono qualcuno con cui condividerle. Ancora, insieme a Paolo, Cloè e Alessio, abbiamo continuato il percorso già iniziato l’anno scorso con i giovani delle superiori: la preparazione spirituale per il giubileo degli adolescenti e dei giovani ha caratterizzato la maggior parte degli incontri e delle catechesi del sabato sera.

Tra le altre esperienze che sono state occasione di crescita umana, spirituale e pastorale, c’è l’aver affiancato la domenica mattina alcuni catechisti delle classi delle elementari: se i giovani e gli adolescenti mi hanno rapito per le loro domande e per le loro inquietudini condivise, i bambini mi hanno fatto riscoprire il loro modo di vivere la fede con la spensieratezza e la libertà che, spesso, si perde crescendo.

Al termine di due anni di servizio, cerco di fare sintesi di quanto umilmente ho provato a consegnare (poco) e quanto con gratitudine ho ricevuto (tanto!). In particolare, sono grato per aver fatto esperienza di una comunità che, da subito, mi ha accolto come un loro figlio e che mi ha insegnato a camminare insieme, dandosi la mano e mostrandomi concretamente che davvero nella Chiesa nessuno si salva da solo.

Grazie don Marco.
Grazie ai tantissimi adolescenti e giovani incontrati in questi due anni.
Grazie per ogni persona incontrata: siete stati per me riflesso della Chiesa viva, madre e maestra. Porterò con me i vostri volti, le vostre storie, le vostre preghiere. Voi tenetemi nelle vostre!
Elmas rimarrà per sempre una tappa preziosa nel mio percorso vocazionale.

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